sabato 27 ottobre 2012

Il bambino e l'aquilone

Un sole in cenere e' il cielo ottobrino
L'umido grigio annunciar l'acquazzone
'Pure ben stretto un vermiglio aquilone
Mantiene in mano il vivace bambino

Piglio sicuro ed inceder felino
Tira via quasi al papa' il pantalone
Finche' arrivati e calmato l'agone
Fa ben volare il suo gioco velino

"Tienilo basso!"il babbo gli dice.
Ma ne'il foglio rosso che curva la scia
Ne' il suo bambino lo ascoltano piu'

Corre lo spago nel pugno felice
Il bimbo saluta e con gli occhi all'insu'
Apre la mano. E lo lascia andar via...


giovedì 25 ottobre 2012

Notturno in Si

Dagli occhi
Ti scivolerei
Fino alla curva
In basso delle labbra.
E mille sbavature di rossetto
Ed altro..
Stella bagnata,
Di perle
Faccio il mio corpo.
Disteso sul tuo viso.
In gocce.

martedì 23 ottobre 2012

La buona azione

Succede che il Signor O.Gufoni, alla non piu` verde eta´ di 96 anni, si accorge una mattina che di li’ a breve la sua scampagnata in questo mondo sarebbe potuta finire.
Ora, e' importante capire che il Nostro Gufoni aveva, fino a quella mattina,
condotto una vita del tutto aderente alla prassi che comporta l'aver superato (di 6 lunghezze) i novanta.
Visite specialistiche, narcolessia, vecchi film western.
Mattine passate a ciondolare tra letti e divani e programmi di cucina alla tv e parole crociate semplificate.
Tutto all'insegna della piu' disarmante normalita'.
Quella mattina un senso di angoscia lo aveva svegliato piu' bruscamente di una sveglia digitale. Penso' di aver mangiato troppa minestra di farro e carote la sera prima.
Il televideo nel frattempo (con i caratteri zoomati del 500%) dava i programmi del pomeriggio e della sera, e poi della mattina e di nuovo del pomeriggio.
Il Gufoni stacco' il crocifisso dalla parete alle sue spalle e lo strinse a se. «Signore mio, mica mi vorrai far dipartire senza che mi sia meritato il paradiso??».
Da allora niente sarebbe piu stato lo stesso.
Telefono' subito (dal suo vecchio Sirio) al portiere del palazzo che dietro lauta retribuzione si occupava tra le altre cose di sbrigare qualche piccola commissione per gli anziani (molti) del palazzo.
«Mario?»
«Eccolo signor Gufoni!»
«Senta, abbia pazienza, mi serve un prete"
"Un prete? Ommadonna! Non si sente tanto bene stamattina? Vuole che chiami il dottore?"
"macche' dottore! Voglio un prete, lasci fare, con tanto di colletto bianco e pastorale
!"
Mario, che era un brav'uomo tutto sommato, e credeva fermamente alla filosofia del: "...campi cent'anni", rispose.
"Tra dieci minuti scendo in piazza e vedo se c'e' Don Fabrizio".
"Grazie Mario, aspetto una mezzora allora".
Fu la mezzora piu' lunga di tutti e novantasei gli anni.
Disse una decina di Padrenostri, che a metterli insieme tutti e dieci non ne facevano uno detto bene. Poi si mise la vestaglia, e se la tolse. Si ricordo' che forse teneva una vecchia bibbia dentro casa, e allora butto' giu tutti i libri senza trovare niente.
Poi si lascio' cadere sul divano sfinito.
Suono' il citofono.
"Si?"
"Sono Mario signor Gufoni, c'e' don Fabrizio qui' lo faccio salire?"
" Si Mario, abbia pazienza"
Il Don sembrava Winnie the pooh in abito talare, tanto era rubicondo. "Posso entrare?" " Venga, venga,".
Improvvisarono una confessione sul tavolinetto della cucina. Don Fabrizio annuiva paterno e il Gufoni mimava le sue preoccupazioni.
Dopo una ventina di minuti Il prete chioso':
" Signor Gufoni, qui' ci vuole una santa e concreta e netta buona azione".
Gufoni annui' teatralmente.
In realta' il Nostro Gufoni aveva trascorso il suo quasi secolo in maniera piuttosto pia e morigerata. Peccatucci veniali e prontamente confessati. Nessun vizio.
Tuttavia il Don Fabrizio era un ecclesiastico di mondo, sapeva che in quei casi era meglio assecondare le richieste dei centenari, specialmente se facoltosi e inclini alle offerte.
Dunque cosa fare?
Rimuginarono un po' sulla questione.
In effetti il Gufoni non poteva uscire di casa a causa degli acciacchi. Don Fabrizio propose:
" Una donazione ai poverelli?"
"Fatta la scorsa settimana".
Il prete incrocio' le mani sotto il mento, mentre il Gufoni si avviava all' orinatoio.
Era quasi l'ora della messa pomeridiana.
In tv davano un reportage sui lavori precari e le vendite telefoniche. Il Gufoni torno' dal bagno.
"Ho un'idea, fece il Don". "Chiami al telefono una compagnia telefonica e accetti qualsiasi offerta, anche la piu' dispendiosa".
Gufoni rimase perplesso.
"Eccheneso io di telefoni?"
Don Fabrizio improvviso'.
"Lei li chiama i cellulari?"
"Ma quali cellulari? Io chiamo mia sorella a Grottaferrata 3 volte al giorno e il dottore qua' sotto!."
"Bene! Allora chiami e si faccia attivare una tariffa per i cellulari! In questo modo aiuta l'operatore al telefono che guadagnera' di piu'".
Il quasi centenario non era sicuro di aver capito bene ma accetto'. Il prete gli scrisse il numero da chiamare e dopo 1 avemaria e 2 padrenostri se ne ando'.
Il Sig. O. Gufoni prese il telefono e digito' i numeri.
Rispose una signorina.
"Buongiorno ***** sono Alessia, come posso aiutarla?"
" Signorina abbia pazienza, io non faccio i cellulari ma, ecco, mi potrebbe mettere una tariffa per le chiamate ai cellulari?"
La signorina espose la tariffa che consentiva chiamate pressoche' illimitate ai cellulari. Poi disse:
"Il costo e' di..."
" Quello che sia sia.." rispose il Gufoni.
" Me la puo' mettere signorina?"
" Provvedo subito".
Ora successe qualcosa di particolare. La signorina, esperta e volenterosa, non riusci' a inserire la tariffa a causa di un'anomalia sul suo computer.
Si da il caso che la stessa signorina fosse, da qualche giorno, impossibilitata a comunicare con una persona vagamente interessante e incravattata all'interno dell'azienda, a causa della enorme mole di lavoro e dell'azzeramento quasi totale degli spazi per la socializzazione.
Con la prontezza che e' solo delle donne (in particolare quelle con gli occhi magnetici) approfitto' pertanto della difficolta' tecnica per chiamare in soccorso QUELLA persona.
"Resti in attesa signor Gufoni, la prego, torno subito da lei".
Per un'altra particolare coincidenza accadde che neppure QUELLA persona riusci' nell'immediato a risolvere il problema.
Conversarono quindi, amabilmente per buoni 10 minuti, davanti allo schermo del signor Gufoni in attesa che l'anomalia rientrasse.
In quel momento il blu dello schermo fu candela ad illuminare i due.
L'anomalia non si risolse.
"Signor Gufoni e' ancora li'?"
" Si, mi,dica"
"Al momento non riesco ad attivare il servizio a causa di problemi di sistema. La ricontattero' io nei prossimi giorni per confermarle l'avvenuta attivazione"
" Ma come? Allora lei non guadagnera' di piu' oggi?"
" Come dice sig. Gufoni?"
"Niente, lasci fare"
" Ah, una cosa sig. Gufoni..."
"Mi dica..."
"..Grazie...."
" Di cosa signorina?"
"Lasci fare....".
Il vecchietto riaggancio' il telefono sconsolato per la mancata buona azione. Quella notte pero' dormi' tranquillo come un bambino di 96 anni suonati. Anche se non seppe mai il perche'.

domenica 21 ottobre 2012

Come Saffo

Saprei..
Che cerchi baceranno cerchi.
Vestiti in rosa,
nelle Tue valvole scrutando
Me.
Diventero' il tuo specchio.
A cui non puoi sottrarti.
Affina pure le tue armi/lingua.
Ti supero in sensualita' e divengo
Donna.
Sarà un baratto.
Fessura per fessura...
Il tuo Segreto per il Mio.

venerdì 19 ottobre 2012

Grigio

"Svegliati!... Ti prego Luca svegliati! Cazzo! Cazzo!". La schiena di Luca era scivolata dal muro lasciandolo quasi completamente sdraiato a terra. Elena strizzò gli occhi che le bruciavano e tirò su col naso senza smettere di fissare il marito; dalla ferita alla tempia usciva ancora sangue, sicuramente aveva subito un colpo più forte di quello che era toccato a lei. Provò istintivamente ad alzare la mano per toccarsi la testa ma le corde attorno alle braccia le impedivano quasi ogni movimento.
"Luca!!", urlò ancora.
Il gattaio ricevette l'ordine in quel preciso istante.
Prese il rotolo di nastro adesivo dalla mensola e serrò la presa sul coltello da "pane" che stringeva nella mano destra; poi le si avvicinò lentamente ciondolando da una parte all'altra come i pistoleri nei vecchi film western. Elena si voltò di scatto.
Quando fu a un passo da lei alzò il braccio e le infilò la lama tra i capelli mentre con l'altra strappava un pezzo di nastro adesivo e glielo metteva sulla bocca.
Elena trattenne il respiro e guardò la punta del coltello con la coda dell'occhio. Poi il gattaio ritrasse il braccio, si voltò e fissò l'animale per qualche secondo. Elena non aveva ancora disteso il diaframma quando l'uomo si girò di nuovo, sollevò il coltello e le menò un fendente sulla coscia.
L'urlo fu agghiacciante; il nastro adesivo lo attutì solo parzialmente.
In quel momento Luca ebbe un sussulto e spalancò gli occhi.
Un dolore lancinante alla testa lo investì immediatamente impedendogli di mettere a fuoco.
"Mmmmmmmghhhhhh!!"
"Elena??"
Si voltò alla sua sinistra e riconobbe la moglie che lo guardava sconvolta. Aveva un pezzo di nastro adesivo sulla bocca.
"Elenaaaaaaaa!!!".
Un uomo dai capelli lunghi e disordinati era inginocchiato davanti a lei e le stava applicando lo stesso nastro sulla gamba. Era ferita: un taglio, all'altezza della coscia, da dove sgorgavano rivoli di sangue scuro. Luca fu preso dal terrore.
"Elenaaaaaaaa!! Lasciala stare cazzo! Lasciala stareeee!!".
L'uomo si fermò senza degnarlo di uno sguardo. Alzò le braccia coperte di sangue e guardò dietro di se. Luca seguì la direzione dello sguardo.
Grigio...
Il gatto, un certosino color argento, avanzava misurando i passi verso l'uomo accovacciato. Luca dovette socchiudere gli occhi per il dolore e riuscì a malapena a vedere lo sconosciuto chinarsi appena e accostare l'orecchio al musino baffuto di Grigio.
Elena sembrava aver perso i sensi quando l'uomo si alzò e si avvicinò a Luca.
"Pezzo di merda non mi toccare!! Non mi tocc...mmmmghhghhmmm!!!".
Questa volta tagliò un pezzo più lungo di nastro e tappò la bocca anche a lui. Poi lo prese sotto le ascelle e lo rimise a sedere, schiena sul muro, accanto alla moglie.
Grigio, nel frattempo, era tornato indietro e si era appollaiato su una mensola della credenza, accanto ad una foto incorniciata di Elena con in braccio il piccolo Matteo. Doveva essere di qualche anno prima; si vedeva una leggera ombra del pollice di Luca davanti all'obiettivo.
L'uomo dai capelli lunghi lo raggiunse poco dopo.
Dove l'aveva visto? Luca si sforzò di ricordare e anche di tenere gli occhi aperti.
I capelli erano lunghi fino alle spalle, unti e scapigliati. Doveva essere sulla trentina, anche se a prima vista ne dimostrava almeno dieci di più. Indossava una maglietta colorata, vecchia e macchiata, e un paio di pantaloni felpati. Il viso era scavato, aveva la barba incolta e portava occhiali leggeri da vista. Era molto magro.
Si fermò accanto alla credenza immobile, come un robot senza le batterie, con le braccia ossute lungo i fianchi e lo sguardo fisso nel vuoto. Nel mentre Elena prese a gemere e ad agitarsi. Luca si girò verso di lei.
"Mmmmmmghhhghhh!!".
Quando anche Elena lo vide le lacrime uscirono copiosamente. Entrambi legati e imbavagliati cercarono di intendersi con sguardi disperati.
Due minuti, forse tre, quando l'uomo iniziò a parlare.
Si schiarì la voce un paio di volte, e fu sufficiente ad attirare l'attenzione dei due ostaggi che ora lo guardavano fisso.
L'uomo parlò:
"Dice: Non mi ssstupisce...Dice: Per la scarsa considerazione che ho di voi...Dice: Che non abbiate ancora capito..."
"Mmmmghh!!", Luca mugolò e si agitò nervosamente. L'uomo accostò l'orecchio alla credenza, accanto alla mensola dove era seduto Grigio.

Poi annuì in direzione del gatto e riprese a parlare.
"Dice: Voglio sssperare...Dice: Che non vi azzarderete...Dice: Se decidessi di liberarvi la bocca...Dice: A urlare di nuovo come maiali...".
Elena non avrebbe sopportato un altro secondo quel nastro appiccicoso e agitò la testa da una parte all'altra vigorosamente in segno di diniego. Quindi Grigio annuì, anche se loro non vi badarono. Anche l'uomo annuì e si avvicinò di nuovo ai due strappandogli rumorosamente il nastro dalla bocca.
"Stammi a sentire figlio di puttana..", sbottò Luca, "Dicci subito cosa cazzo vuoi e poi lasciaci andare!".
Lo sconosciuto sembrò non ascoltarlo e tornò al suo posto accanto alla credenza.
"Mi hai sentito? Eh? Mi hai sentito pazzo squilibrato?"
"Stai zitto santo Dio!", gli disse contro Elena a denti stretti.
"Chi diavolo è questo matto?", fece Luca alla moglie.
"Non l' hai riconosciuto?". Luca lo guardò nuovamente. "No! No! Chi cazzo è?"
"E' quello che da mangiare ai gatti qui sotto, sulle scale".
Luca fece un respiro e annuì; ora lo riconosceva. Veniva sempre di sera, il pazzo, col buio. A volte, quando rientrava tardi, Luca lo vedeva accovacciato sotto le macchine per recuperare le vaschette sporche dove i gatti avevano mangiato. Spesso Grigio si metteva sul balcone della cucina e fissava la scena. Per questo non se lo ricordava; veniva di notte lo stronzo.
Il gattaio continuò.
"Dice: Prendo atto...Dice: Con orrore e crescente disprezzo...Dice: Che siete ancora in alto mare...Dice: Per dirla alla vostra maniera...Dice: Ergo...Dice: Dovrò utilizzare....Dice: Metodi più chiarificatori...". Elena non notò il movimento di Grigio; teneva gli occhi fissi sull'uomo che usciva dal salone, mentre Luca, che non lo stava neppure a sentire, cercava inutilmente di liberarsi dalle corde.
"Elena!", gridò alla moglie, "Cristo santo, smettila di stare a sentire quel demente e cerca di farti venire un'idea!".
A un tratto Elena notò che Grigio la stava fissando. Tutti i gatti fissano gli uomini e tutti gli uomini si chiedono il perché.
Non Elena. Elena aveva sempre pensato che avessero qualcosa di veramente magico; che "vedessero" cose invisibili agli uomini. Ora cominciava a capire e fu sopraffatta da un conato di vomito.
Il gattaio rientrò con una busta di croccantini, di quelle grandi da un chilo. Accostò di nuovo l'orecchio alla mensola poi si mosse verso di loro. Nell'altra mano aveva due piatti di plastica impilati; li separò e glieli mise davanti. Poi con la bocca aprì la busta e riempì i piatti di croccantini al pollo. Tornato al suo posto riprese a parlare.
"Dice: Sssuppongo...Dice: Che la pietanza...Dice: Non sia propriamente di vostro gradimento...Dice: Vi capisco...Dice: Purtuttavia...Dice: Sssarete costretti...Dice: Per mia sssoddisfazione...Dice: A mangiarne a sazietà...".
"Che cazzo dici?!", fece Luca stizzito. "Senti, mostro o come diavolo ti chiami, vuoi soldi? Prenditeli! Sono dentro al primo volume della Zanichelli. Prenditeli e vattene a fanculo Perdio!"
"Dice: Lo so...Dice: Lo so...Dice: Dove sono i tuoi sssoldi, idiota di un bipede decerebrato! Ora...Dice: Se non vuoi che ti ssstrappi il cuore...Dice: Pezzo di merda, come dici tu...Dice: Mangia questo ssschifo...Dice: Mangia tutto Griiiiiiiiigioooooo....".
Il gattaio strinse la presa sul coltello ancora sporco di sangue e guardò Elena che nel frattempo aveva iniziato a mangiare alternando bocconi a conati di vomito.
"Vaffanculo!", disse Luca, "Vaffanculo, mangiateli tu stronzo! E non ti avvicinare altrimenti ti ammazzo io!".
Il gattaio fece un'espressione meravigliata e indietreggiò di due passi. Elena vide Grigio compiere due giri su se stesso e poi saltare sulla spalla del gattaio accostando il muso al suo orecchio. Luca, nel mentre, era riuscito a liberare una mano. Il gattaio parlò.
"Dice: Ricordi?...Dice: Luuuuuca...Dice: Cosa mi hai fatto?...Dice: Non ti farà tanto male...Dice: SSStai buono, stai buono Griiiiiiiiiiiiiiigiooooo...Dice: Non vorremo star svegli tutte le notti a sentirti piangere appresso alle gattiiiiiineeeeee...".
"No...", disse Elena, "...Non farlo...Ti prego Gri...gio...".
Troppo tardi. Luca sgranò gli occhi. Il gattaio si mosse svelto e girò attorno alla bocca e alla testa di Elena col nastro isolante. Luca non ebbe tempo di dire nulla; venne imbavagliato anche lui.
Poi il gattaio strappò un'altra corda dalla tenda del salotto e ne legò le estremità ai piedi di Luca e alle gambe del pianoforte; quindi tagliò le corde in mezzo lasciando Luca a gambe divaricate. Gli urli erano sordi dietro il nastro isolante. Il gattaio gli sbottonò i pantaloni, Grigio era ancora aggrappato sulla sua schiena col collo teso, per vedere meglio. Luca guardò l'uomo tirargli fuori il pene e avvicinare la lama.
Poi disse rivolto a Elena, ma era Grigio che la guardava negli occhi.
"Dice: Il rissspetto...Dice: Il rispetto, donna, di questa ssscimmia...Dice: Lo pretendo!!...".
Lo castrò così, segandogli le palle come la prima fetta del salame, quella che si taglia a fatica. Ci volle l'intero pacco di salviettine Scottex per arrestare l'emorragia.
Luca aveva perso i sensi quasi subito ed Elena dovette inghiottire il proprio vomito per non soffocare. In una mezzora il flusso del sangue sembrò arrestarsi e il gattaio, dopo aver chiesto il permesso all'animale, andò in bagno a lavarsi.
Grigio ed Elena si guardarono.
Poi Grigio tornò sulla mensola.
Appena tornato, il gattaio ricevette un altro ordine; quindi raggiunse Elena e le strappò via il nastro dalla bocca. Finalmente fu libera di vomitarsi l'anima.
Grigio sembrava soddisfatto; miagolava e agitava la coda mentre il gattaio tornava ad immobilizzarsi di fianco a lui.
"Perché l' hai fatto Grigio...", disse Elena col viso sporco di sangue, lacrime, vomito e trucco colato. Grigio scese con un balzo dalla mensola, sussurrò l'ordine al gattaio e poi raggiunse la padrona; le andò così vicino da sfiorarle il viso, col suo.
Poi si girò appena verso il gattaio che cominciò a parlare.
"Dice: Punizione...Dice: Punizione...Dice: Punizione...Dice: Per non aver ascoltato...Dice: Per non aver capito...Dice: Per la supponenza con la quale vi illudevate di conoscere i miei bisogni e desideri...Dice: Sono aldilà di voi, delle vostre misere possibilità...Dice: Non tollero la vostra inadeguatezza, e...Dice: Odio...Dice: La mia condizione di dipendenza...Dice: In qualche modo da voi...Dice: Sorta di primati agghindati e tracotanti...".
Il gattaio diceva questo ma era Grigio a guardarla, e reclinare la testa come per farsi intendere meglio.
"Sta morendo dissanguato!", supplicò Elena, "Ti prego...Ti prego!! Dio mio!!".
Il gatto tornò indietro a sussurrare all'orecchio del gattaio, poi fu di nuovo a un centimetro da lei.
"Dice: Preghi?...Dice: Preghi?...", le pupille dell'animale erano ora due fessure e i canini sporgevano dalla bocca.
"Dice: Preghi il Dio sbagliato scimmia!...Dice: Io sono più antico di te...Dice: Io sono più...Dice: Di te...".
Fu in un istante.
L'istinto sopraffece la ragione e la scimmia addentò il felino in un urlo incredibile e più antico, forse, di entrambi.
Il gatto stridette di dolore e tese tutto il suo corpo. Graffiò selvaggiamente il viso di Elena strappando lembi di pelle e ciglia mentre lei stringeva la morsa spaccando le fragili costole dell'animale. Il gattaio era frastornato; poi il suo corpo sembrò essere percorso da una scarica elettrica e si mosse correndo verso la donna, con le braccia alzate sopra la testa. Le era quasi addosso quando inciampò e cadde rovinosamente a terra.
Forse era il Dio giusto.
Il gattaio cadde proprio accanto a Luca che si era svegliato ed era riuscito a liberarsi entrambe le mani, oltre che ad allungarsi abbastanza da far cadere quello squilibrato. Lo afferrò per la gola spezzandogli la trachea e poi gli affondò i pollici nelle orbite. Urlava anche lui, un urlo disumano che sembrò riecheggiare all'infinito in quella stanza, e nella casa.
Passò del tempo. Il tempo, che cancella tutto.
Grigio sopravvisse, forse, e scappò da quell'orrore balzando fuori dalla finestra. Il gattaio si chiamava Andrea; era figlio di Giuseppe, sui sessanta, che odiava ogni tipo di animale. Morì strangolato da Luca che non disse la verità alla polizia ma fu assolto per legittima difesa. Elena perse un occhio, perse l'amore per i gatti ma ritrovò la fede; ora ha quarant'anni. Lavora part-time in un call center per arrotondare e fa la mamma full-time. Matteo non seppe mai quello che era successo, e continuò per giorni a chiedere del gatto.
Anche Luca ne ha quaranta di anni. Il dottor Malvisini gli dice che un giorno riuscirà a dimenticare; intanto va avanti a Benzodiazepine e terapia. La chirurgia lo ha aiutato per i genitali.
Oggi sta tornando tardi dal lavoro, e scende la scalinata "dei gatti", quella dove aveva visto tante volte quel matto coi capelli lunghi dargli da mangiare.
La scende veloce, due gradini per volta, e non si accorge di una vecchietta che lo guarda chinata in un angolo. Non si accorge dei gatti intorno alla sua mano, piena di deliziosi croccantini al tonno e non la sente bisbigliare:
"Ogni cosa a suo tempo piccoli miei...Ogni cosa a suo tempo...".