giovedì 30 aprile 2015

Ventidue ore


Ce l'ho ancora nel portafoglio, la foto.
Sono passati ventisei anni e le macerie ci sono ancora. Non nelle strade, a quelle hanno pensato.
Le macerie sono dentro le persone.
Appena ho potuto sono andato via, in Europa.
La speranza per me ha la forma delle mani.
Qualcosa che ti prende e dal basso ti porta in alto, dal buio alla luce.
E c'è la fede.
L'ho cercata da sempre, da bambino, poi da adolescente. L'ho cercata nei testi sacri, nei Veda, nel Buddha, nel Corano.
Poi ho capito che in realtà è tutto in questa foto, che lascerò ai miei figli, e chiederò loro di lasciarla ai propri.
In questa foto c'è il mistero della mia vita. Il miracolo assurdo della mia sopravvivenza.
E c'è anche la fede.
Perché io l'ho trovata lì, in quelle mani a coppa, in quelle persone.
E allora è una religione senza libri la mia.
Perché credo nelle persone.
Mi chiamo Āśā, che in Hindi significa Speranza.
E sono io quel bambino salvato dal terremoto.


martedì 28 aprile 2015

DILE(I)MMA


Non ti vorrei 
povera di noi/
benché, 
dipinto d’arte/
 
del tuo femminile/
affrescherei la volta al cielo./
Che presunzione 
vesto/
se mille triclini merlettati  
ti avrebbero 
semisdraiata sui loro cuscini/
Come me stesso adoro 
chi non priverei degli occhi che mi guardano allo specchio/
La mia assenza di broccato rosso 
contro il mondo/
 
a te la scelta.. 


venerdì 24 aprile 2015

Il Bar pittore


Quel bar chiude presto la sera, ti dico; ci passo ma non riesco mai a trovarlo aperto. Non che ci prenderei un caffè, però…

“Però cosa? mi dici, ed è un anno  che non ci vediamo.

Però, dico, magari se lo vedessi aperto mi fermerei; così, giusto per dare unocchiata.  

Sorridi.

Ci sediamo.

Questa città ci ha fatto un brutto scherzo, penso mentre ti osservo accendere una sigaretta leggera. Fumi spedita adesso eh? mi viene voglia di dire.

Sorridi ancora ed è come le altre volte.

“Non sei cambiato,” mdici e mi tocchi la barba per scherzare.

Pensavo, ti dico, a quanto poteva piovere quel giorno.

“Quale giorno?”, mi dici mente sistemi una ciocca di capelli dietro lorecchio, un gesto che ti ho visto fare almeno mille volte. Mi giro a guardare la gente che scende le scale.

Mi prendi le mani:

“Dai, quale giorno?”

Sei vestita elegante, non troppo ma abbastanza per farmi riconsiderare lo strappo sui miei jeans. Ti si vede il reggiseno tra i bottoni della camicetta! Mi viene da ridere e tu arrossisci.

Dai, ti dico, possibile che non ti ricordi? Qual è il giorno più piovoso che ti viene in mente?

Abbasso gli occhi perché sei troppo bella in questo preciso momento.

Ci pensi su, poi ridi e mi prendi il braccio:

“Tu sia maledetto! Mezz’ora mi hai fatto aspettare sotto il diluvio!”

La sera stessa, ti dico, ci siamo baciati la prima volta, iquesta piazza scema.

Ti stringi la camicetta e stiamo in silenzio.

– Sta stronza de città! – come direbbero i romani. Ci ha messi insieme e poi ci ha separati.

Ti guardo e vorrei tanto dirtelo: ma cosa ridi stupidina? Infili gli occhiali da sole e fai la misteriosa. Come piace a me, soltanto che oggi non riesco a toccarti neanche le mani.

Prendiamo un bus.

“E così passi davanti al Bar Van Gogh?” mi dici.

Sì, ma non è che sono  masochista: è di strada quando vado da Marco il bassista.

Sai che non è vero e ti trattieni a stento.

Il bus fa tutta Villa Borghese e vedo che ti soffermi a guardare nei punti giusti.

Allora ti ricordi qualcosa anche tu? tdico.

“Certo!” mi dici, “ricordo tutto, che ti credi?”

Prenoti la fermata: tguardo ma non sono stupito. Sono felice.

Scendiamo e ci sediamo sulla panchina giusta.

Faccio per parlare, ma mi blocchi con uno “Zitto!”che non ammette repliche e con l’indice tocchi un punto, sul marmo, dietro lo schienale.

Le nostre iniziali ci sono ancora.

Le hai mancate di tantissimo, ti dico, ma non è vero.

“Ma cosa dici?”

Ti giri anche tu e guardi: le hai centrate in pieno.

Mi offri una sigaretta? e fumiamo insieme.

Mi faccio coraggio:

Quanto ti fermi?

“Torno stasera col treno, alle sette.”

Sto zitto.

Anche tu.

Non voglio pensarci ma è inevitabile: mgiro in testa la scena del Bar Van Gogh.

Posso cambiare, lsai.

No che non cambi!

Cambierò per te.

L’hai detto tante di quelle volte che ormai non posso crederti più!

Sono cambiato invece, tdico.

“Anch’io” mi dici, “purtroppo.

Spengo la sigaretta col tacco e tu inizi a parlare d’altro. Ti ascolto ma penso alla piazza. Alla pioggia, al bar e alle iniziali. Ai sorrisi, alla camicetta, alle corse e al gelato all’amarena. Al tuo numero di cellulare, al rossetto che mi lasciavi sulla bocca, alle panchine e al primo bacio. L’ultimo me l’hai dato dietro al Bar Van Gogh. Erano le otto di sera e già stava chiudendo, pensa te.

Alle sette ti vedo prendere il treno.

Ci sentiamo? tdico.

Mi baci sulla guancia:

“Non farmi aspettare sotto la pioggia stavolta,” mi dici e il treno parte puntuale.

Domani ci ripasso, penso, magari verso le sette e mezzo lo trovo ancora aperto.


giovedì 16 aprile 2015

Lenzuola



Fruscii,
che sono come le carezze.
Gocce di lingua,
sanno di sale e piogge.
Ti sarei lenzuola,
e seta
e vento leggero tra le insenature.
Ti sarei mani che scostano capelli,
e indici che seguono percorsi
di te.
Geografie di corpi.
Perché di notte i corpi sono come sogni,
perdono consistenza.
E allora sarà sognare,
e poi svegliarsi.
E albe,
e voglie sfatte come le lenzuola.
E bianche.
E fumo in rivoli.
E acqua in rivoli, sulla tua schiena.
E me. 
A bere,
quel sale che è della tua terra.
E tu,
che intrecci le caviglie.
Certi sospiri sono come gli angeli.
E cotone aggrovigliato,
e cose bagnate,
e cose che sorridono,
e bocche che gemono.
Poi il sole.
Coi raggi che scrutano.
Allora ti nasconderei,
addome sulla schiena 
Per rubarti alla luce.


sabato 11 aprile 2015

Intimità



Credo che l'intimità abbia a che fare in qualche modo con la condivisione.
E' un modo di toccarsi.
E ci si più toccare a diversi livelli.
Essere intimi nel corpo è rompere degli argini. Lasciare che la percezione sensoriale prevalga su ogni altra cosa, su tutte le forme di paura.
Si torna indietro alle pulsioni primordiali e il resto scompare.
Essere intimi mentalmente è una trappola.
La mente imita i sensi ma in maniera distorta. Come un caffè senza zucchero.
La mente simula l'intimità. La copia, ne fa una caricatura.
Il corpo si illude e prova pulsioni.
Ma la mente resta distaccata. E' un satellite che orbita attorno al corpo.
L'intimità per come la intendo io è dell'anima.
Chiamo Anima la percezione sensoriale che pervade corpo e mente.
Un fiume che inonda.
E' persino possibile diventare una cosa sola.
Lasciando che questo fiume scorra. Senza scappare. Senza elevarsi nella mante.
Bisogna bagnarsi.
Ecco, l'intimità ha anche a e fare con l'acqua. Se fosse materia sarebbe liquida.
Arriverebbe in tutte le intercapedini della persona. L'acqua di uno nei tubi dell'altro.
Diventa inevitabile.
Il verbo che associo all'intimità è Pervadere.
L'intimità, se vissuta davvero, è perdersi e ritrovarsi in un altra persona.
Diventi un seme, un seme piantato nell'altro. E rinasci dall'altro.
E' un'azione coraggiosa, svolgere l'intimità.
Perchè si rischia di morire per quello che si è.
E non finisce.
Se ci si riesce, non si smette mai di essere in intimità con un altra persona.
Si può decidere di non vederla più, quella persona. (azione mentale).
Ma si resta in intimità, se la si è raggiunta davvero, per sempre

martedì 7 aprile 2015

Africa

Col cibo li aiutiamo a sopravvivere.
Medicine per guarirli, vestiti, scarpe.
Ma è con le scuole, coi libri, che li aiuteremo a liberarsi dalla tortura di dover sempre chiedere la pietà dell'Occidente.
Perché è quella la vera schiavitù. E non è mai finita.
È la mente che spezza le catene.
La loro mente, le loro catene, la loro terra.

(Foto huffingtonpost.com)