Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta Miei racconti

Un'altra estate

Immagine
L'esercizio sfiancante del ripensare alle cose. Così torno a quell'estate. Cerco di convincere le braccia a sentire lo stesso sole di allora. Poi il treno perso e la notte alla stazione. Durante il viaggio in corriera mi ero addormentato. Mi hai svegliato tu. È un macchinario strano, il cervello. Quel giorno scattò una specie di fotografia. Di quelle seppia, dai contorni leggermente sfumati. Poi ti ho incontrata in paese. Monticello era un gruppo di case e persone e aria fresca. Il resto dello spazio lo riempivi tu.  Mi viene da sorridere perché oggi so che si può volere una persona al punto tale che il mondo diventa una cornice. Allora non lo capivo e mi disorientava. Poi i baci.  E li contavo per paura di dimenticarli: uno, due, tre.  Non so di preciso a quanti arrivammo, poi partii. Ancora un'estate. E qualche piccolo progetto. Piccolo come eravamo noi. Poi arriva la vita a sparecchiare, con le mani forti come quelle di mia madre. Tu sposi un altro.  Come succede ...

Ventidue ore

Immagine
Ce l'ho ancora nel portafoglio, la foto. Sono passati ventisei anni e le macerie ci sono ancora. Non nelle strade, a quelle hanno pensato. Le macerie sono dentro le persone. Appena ho potuto sono andato via, in Europa. La speranza per me ha la forma delle mani. Qualcosa che ti prende e dal basso ti porta in alto, dal buio alla luce. E c'è la fede. L'ho cercata da sempre, da bambino, poi da adolescente. L'ho cercata nei testi sacri, nei Veda, nel Buddha, nel Corano. Poi ho capito che in realtà è tutto in questa foto, che lascerò ai miei figli, e chiederò loro di lasciarla ai propri. In questa foto c'è il mistero della mia vita. Il miracolo assurdo della mia sopravvivenza. E c'è anche la fede. Perché io l'ho trovata lì, in quelle mani a coppa, in quelle persone. E allora è una religione senza libri la mia. Perché credo nelle persone. Mi chiamo Āśā, che in Hindi significa Speranza. E sono io quel bambino salvato dal terremoto.

Il Bar pittore

Immagine
“ Quel bar chiude presto la sera, ti dico; ci passo ma non riesco mai a trovarlo aperto. Non che  ci prenderei un caffè,  però… “Però cosa?  mi dici, ed è un anno  che non ci vediamo. ” Però, ”  dico,  “ magari se lo vedessi aperto mi fermerei; così,  giusto per dare un ’ occhiata. ”     Sorridi. Ci sediamo. Questa città ci ha fatto un brutto scherzo , penso mentre ti osservo accendere una sigaretta leggera. Fumi spedita adesso eh?  m i viene voglia  di   dire. Sorridi ancora ed è come le altre volte. “Non sei cambiato , ”  m i  dici  e mi tocchi la barba per scherzare. “ Pensavo, ”  ti dico,  “ a quanto poteva piovere quel giorno. ” “Quale giorno?”, mi dici  mente sistemi una ciocca di capelli dietro l ’ orecchio, un gesto che ti ho visto fare almeno mille volte.  Mi giro a guardare la gente che scende le scale. Mi prendi le mani: “Dai, quale giorno?” Sei vestita elegante ,   n on...

La buona azione

Immagine
Succede che il Signor O.Gufoni, alla non piu` verde eta´ di 96 anni, si accorge una mattina che di li’ a breve la sua scampagnata in questo mondo sarebbe potuta finire. Ora, e' importante capire che il Nostro Gufoni aveva, fino a quella mattina, condotto una vita del tutto aderente alla prassi che comporta l'aver superato (di 6 lunghezze) i novanta. Visite specialistiche, narcolessia, vecchi film western. Mattine passate a ciondolare tra letti e divani e programmi di cucina alla tv e parole crociate semplificate. Tutto all'insegna della piu' disarmante normalita'. Quella mattina un senso di angoscia lo aveva svegliato piu' bruscamente di una sveglia digitale. Penso' di aver mangiato troppa minestra di farro e carote la sera prima. Il televideo nel frattempo (con i caratteri zoomati del 500%) dava i programmi del pomeriggio e della sera, e poi della mattina e di nuovo del pomeriggio. Il Gufoni stacco' il crocifisso dalla parete alle sue spalle e...

Grigio

Immagine
"Svegliati!... Ti prego Luca svegliati! Cazzo! Cazzo!". La schiena di Luca era scivolata dal muro lasciandolo quasi completamente sdraiato a terra. Elena strizzò gli occhi che le bruciavano e tirò su col naso senza smettere di fissare il marito; dalla ferita alla tempia usciva ancora sangue, sicuramente aveva subito un colpo più forte di quello che era toccato a lei. Provò istintivamente ad alzare la mano per toccarsi la testa ma le corde attorno alle braccia le impedivano quasi ogni movimento. "Luca!!", urlò ancora. Il gattaio ricevette l'ordine in quel preciso istante. Prese il rotolo di nastro adesivo dalla mensola e serrò la presa sul coltello da "pane" che stringeva nella mano destra; poi le si avvicinò lentamente ciondolando da una parte all'altra come i pistoleri nei vecchi film western. Elena si voltò di scatto. Quando fu a un passo da lei alzò il braccio e le infilò la lama tra i capelli mentre con l'altra strappava un pezzo di nas...

Il Dio delle formiche

Immagine
Nicolae è molto strano. “Che fai?”, dico. “Punisco…”, fa. Lo pensa anche Lev: “Quello è matto!”, dice. Che ridere: “Qui siamo tutti matti!”, gli faccio. Lo vedi accovacciato nel giardino, Nicolae, tutto preso. “Le avevo avvertite”, aggiunge e guarda per terra dove ci sono le formiche grosse. “La settimana scorsa”, fa senza guardarmi, “A dieci di loro ho schiacciato il pallino centrale”. Gli dico: “Che pallino?”, mi fa: “Uno, due e tre…”, contando i pallini neri che formano il corpo della formica. Poi dice: “Il primo pallino è la testa…”, lo indica, “se lo schiacci muoiono quasi subito. Si picchiano un po’ in quel punto con le zampe come indemoniate e poi smettono. Con l’ultimo gli prendono le convulsioni e cominciano ad agitare tutte le zampe. Guarda: Così…”, e muove a scatti i gomiti per aria. “Bleah!”, faccio, e lui si mette a ridere. Poi dice: “Se schiacci quello centrale gli altri due pallini iniziano a tremare. Penso sia una specie di stomaco, ma non credo sia vitale. R...