giovedì 30 aprile 2015

Ventidue ore


Ce l'ho ancora nel portafoglio, la foto.
Sono passati ventisei anni e le macerie ci sono ancora. Non nelle strade, a quelle hanno pensato.
Le macerie sono dentro le persone.
Appena ho potuto sono andato via, in Europa.
La speranza per me ha la forma delle mani.
Qualcosa che ti prende e dal basso ti porta in alto, dal buio alla luce.
E c'è la fede.
L'ho cercata da sempre, da bambino, poi da adolescente. L'ho cercata nei testi sacri, nei Veda, nel Buddha, nel Corano.
Poi ho capito che in realtà è tutto in questa foto, che lascerò ai miei figli, e chiederò loro di lasciarla ai propri.
In questa foto c'è il mistero della mia vita. Il miracolo assurdo della mia sopravvivenza.
E c'è anche la fede.
Perché io l'ho trovata lì, in quelle mani a coppa, in quelle persone.
E allora è una religione senza libri la mia.
Perché credo nelle persone.
Mi chiamo Āśā, che in Hindi significa Speranza.
E sono io quel bambino salvato dal terremoto.


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