sabato 31 gennaio 2015

L'amico a cui non serve parlare

Perché l'amore, come lo intende lui, non ha bisogno di parole.
Mi insegna qualcosa ogni giorno. 
Come dirmelo con gli occhi, ad esempio. Tante cose si possono dire guardandosi. Ed io lo so tutte le volte.
Lo capisco ogni volta di più.
Mi insegna a capire quando ha bisogno di me e capisce quando ne ho io di lui.
Ascolta.
Senza giudicare, senza rimproveri ne pregiudizi.
Amore puro. Per tutta la sua vita. O per tutta la mia.
Accosta il suo corpo al mio perché sa che il calore è affetto primordiale.
Libero dalle ipocrisie e dalle incomprensioni. Contatto. E basta.
Senza spiegare perché. Senza esitare.
Lo fa e me lo insegna.
Mi insegna come si fa a stare semplicemente con se stessi. Come non possedere nulla, e non volere nulla oltre al sostentamento per sopravvivere. 
Come si fa a contemplare.
Ad essere felici per le cose semplici. A guardare fuori. A guardare il cielo e le piante e gli uomini e gli animali.
Mi insegna a ringraziare. Perché me lo dice, senza bisogno di dirlo: Grazie per esserci e per occuparti di me.
Credo che darei la vita per lui. Anche se non mi chiederebbe mai di farlo.
E se potesse la salverebbe a me ogni giorno. Ogni istante.
Amore per lui è me.
Non ha altro. 
Non è sporcato dalla vita. Neppure i bambini lo sono, così puri.
Lo è lui.
Lo sei tu.
E ti amerò sempre. Per questo.



giovedì 29 gennaio 2015

Rimpianto

Forse c'eri
e non ti ho vista.
Cieco.
Chiamarmi per nome,
in un silenzio perfetto 
che ho rotto per sempre.
Hai forse sorriso,
svanendo nell'alba
di un cielo ignorante.


martedì 27 gennaio 2015

Tra le righe

Nelle virgole sento
L'umido delle Tue labbra
E lingua.
Negli infiniti vorrei
Dei punti. 
Sospesi...

giovedì 22 gennaio 2015

sabato 17 gennaio 2015

Il rifugio. Protesta o debolezza?

Periodicamente mi succede di rileggere i racconti di Edgar Allan Poe.
Questo perché la mia passione per la scrittura la devo molto al maestro di Boston che ho iniziato a leggere da piccolo.
Ora, mi è capitato oggi di sfogliare le pagine del suo racconto: La maschera della morte rossa scritto nel 1842, e leggerlo oggi mi ha portato ad una riflessione che vorrei condividere.
In sintesi nel racconto si parla di un signorotto che organizza una festa nella sua tenuta contornandosi dei suoi amici e cortigiani per sfuggire ad una mortale pestilenza. Che poi ovviamente riuscirà comunque ad entrare e contagiare tutti.
Ecco, la trovo una interessante metafora di quello che è il mio sentimento, da profondo amante della letteratura, nei confronti della società odierna anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca e politica.
Non ne vado particolarmente fiero ed anzi è una cosa sulla quale devo ancora riflettere bene.
Tuttavia mi sento mosso da un desiderio ineluttabile di rifugiarmi nelle lettere.
Non so bene se sia una fuga o piuttosto una presa di posizione di una persona che rifiuta l'attuale stile universale di intendere la vita e la socialità.
Fatto sta che più il mio interesse si allontana da tutto ciò che è attuale, più si avvicina a ciò che è espressione individuale della creatività. Quindi non solo letteratura ma arte, musica ecc.
Alla coscienza di massa, insomma, contrappongo la mia coscienza individuale.
Non mi ritengo estremista quindi non cadrei mai nell'asocialita' o nel rifiuto totale della realtà.
Soltanto che progressivamente ne perdo interesse. La ritengo immune da ogni miglioria e, avendo cara la mia vita e la mia sanità mentale, me ne allontano.
Almeno quando riesco.


mercoledì 14 gennaio 2015

Riflessione sulla poesia

 Oggi mentre leggevo beatamente un vecchio libro di poesie di Pasternak (mi succede di ripescare libri sepolti da altri in casa), mi sono dovuto fermare a riflettere su cosa significhi per me la poesia e in cosa si differenzia dalla letteratura (o narrativa per essere precisi).
Ora, per capire meglio il mio punto di vista devo precisare che mi cimento (ci provo almeno) in entrambe le forme di espressione.
Diciamo che la poesia, o meglio quella che io intendevo per poesia, è stata la mia prima forma di scrittura.
Ritenevo più Vera la forma del verso poetico per rendere più chiaro quello che avevo dentro e quello che volevo trasmettere.
In seguito il mio amore per le Storie mi ha portato verso il racconto e la prosa.
Ad oggi, in attesa che l'evoluzione dei miei mezzi espressivi mi portino finalmente a coronare il mio sogno (scrivere un romanzo), posso dire quanto segue.
La poesia è più alta.
Indipendentemente dal genere e dalla forma poetica: in rima, amorosa, introspettiva ecc, la poesia è Realmente una stilla dell'anima.
La più nobile tra le espressioni tramite parola scritta.
Forse seconda, come arte, soltanto alla musica.
Pensandola in maniera metaforica immagino la poesia come un uccello che ti vola davanti agli occhi. Lo vedi per un attimo, un attimo soltanto e poi passa via per sempre.
Se riesci a vederlo, quell'uccello, e a scriverne allora riesci a fare poesia.
Si, perché nella forma poetica (almeno per come la intendo io), non c'è revisione. Non c'è rilettura.
È la trascrizione pura di un istante.
L'unico modo per trasmettere un battito di cuore o lo stupore di un tramonto o la disperazione per un sentimento.
Nella poesia anche le virgole sono parole. Anche gli "a capo", anche le maiuscole e le minuscole.
Tutto ha un senso e tutto è propedeutico alla poesia stessa.
Non si può togliere niente e niente si può aggiungere.
La scrivi ed eccola lì.
E quando è Vera chi la scrive è soltanto un tramite.
Se non la scrivi tu troverà un altro canale per uscire.
Magari lo scroscio d'acqua del mare contro una scogliera.
Oppure un sorriso gentile tra due perfetti sconosciuti.
In sintesi.
Non è la penna a scriverla.
È la poesia che usa la penna e il cuore di chi la scrive per rivelarsi.

sabato 10 gennaio 2015

Labbra

La Labbra
E petali 
Schiudono
Su gambi di fiori di carne
E scivolano
Fino alla radice
E poi di nuovo sopra
Alla corolla aperta
Che s'apre 
Sfinita
Colando pistilli bagnati.
Su te...

venerdì 9 gennaio 2015

Collezionare segnalibri

Questa cosa di collezionare segnalibri mi è venuta in mente da poco.
Ci sono motivi "pratici":
- Non ne ho mai abbastanza 
- Mi piacciono esteticamente 
E motivi personali che sono, di fatto, il motivo di questo post.
Tutto ha a che fare con l'azione di accarezzare.
In sostanza mi succede di accarezzare le pagine dei libri man mano che li sfoglio.
Un gesto che ha molta attinenza con la tenerezza e il rispetto.
Adoro spillare la nuova pagina con due dita e poi sentirla frusciare sul palmo della mia mano.
Spesso prima di avanzare di pagina ci passo sopra anche col dorso della mano, quasi a lisciare il foglio scritto.
È il mio modo per ringraziare le parole.
Da qui' l'idea dei segnalibri.
Quando depongo un libro non ancora finito il gesto che ho descritto prima dell'accarezzare si intensifica (perché so di smettere di leggere per quella parte di giornata).
È a quel punto che appongo il segnalibro.
Ora, essendoci una infinita varietà di libri e stili e generi letterari, ritengo giusto che ognuno abbia il suo segnalibro. Quello che più ci si adatta, per essere più chiaro.
In sintesi: un segnalibro per ogni libro letto. Che mi accompagni durante la lettura e che, una volta finito il libro, resti lì. Su di lui. Alla prima pagina.
Come testimone e custode della lettura stessa.
Come guardiano dell'esperienza vissuta leggendolo.
Un piccolo vezzo il mio od omaggio.
Alle parole che messe insieme in modo giusto generano sogni.