venerdì 23 dicembre 2011

Diario del seduttore (Kierkegaard)



“La seduzione di Zerlina è un tranquillo sposalizio che si svolge senza complicazioni. La cosa va essenzialmente così: lei non sa come sia accaduto, ma è accaduto e così è stata sedotta”. (Cfr.  Commento al don Giovanni Mozartiano).

Sicuramente tra i più suggestivi dell’intero Commento al Don Giovanni Mozartiano, questo inciso chiarifica completamente il nesso profondo tra la celebre Opera teatrale e il “Diario del seduttore”, che diventa quindi l’inevitabile conseguenza della fascinazione che il capolavoro ebbe sull’uomo Kierkegaard, prima che sul filosofo. Questa distinzione si renderà quanto mai necessaria per svelare il segreto nascosto dietro il seduttore Giovanni, cui il filosofo di Copenaghen affida il proscenio del suo scritto.

“Al di là del mondo nel quale viviamo, in uno sfondo remoto, esiste ancora un altro mondo, che rispetto al primo sta nell’identico rapporto in cui la scena che talvolta vediamo a teatro si trova rispetto alla scena reale”. (Cfr. Diario)

Narrato in forma epistolare, il Diario assume forse tanti significati, per quanti ne siano i lettori.
Anche il titolo può essere mutevole: Manuale del seduttore o Teorema sulla seduzione intellettuale, ad esempio, sarebbero identicamente appropriati.
Giovanni è un cacciatore. E le sue prede non sono le donne, come facilmente si sarebbe portati a credere, assolutamente no. Egli brama tesori più preziosi, dei quali il sesso femminile si trova per lo più “casualmente o inconsciamente” ad essere depositario; i gioielli che cerca sono celati nei gesti, negli sguardi; e sono “al femminile” nel senso più alto e spirituale del termine.
Giovanni si imbatte in Cordelia, ed intravede in lei, nel suo discendere dalla carrozza, il riflesso cangiante che è solo delle pietre più rare.
Lasciate che quel piedino si avventuri nel mondo……Allora spingete subito innanzi l’altro piede: chi vorrebbe essere così crudele da lasciarvi penzolare in questa posizione? Così ingrato, così maldestro da non seguire questa rivelazione del Bello?” (Cfr. Diario)

Se fossero pietre sarebbero lapislazzuli, azzurri di colore.
Tanto basta al seduttore per innescare la sua macchina bio-meccanica e perseguire un obiettivo il cui conseguimento sta
Nell’avvicinarvisi sempre di più, e raccogliere durante il percorso il rossore delle guance, o il corruccio di uno sguardo o una lacrima…“…Tutte egualmente belle e di cui mi impadronisco perché possono essere a me dirette…”.

La cronologia (appena accennata) degli eventi, che avvicineranno Giovanni a Cordelia, produrrà il graduale disfacimento dell’integrità della giovane che finirà per aggiogarsi completamente a lui.
Il seduttore troncherà presto la relazione, non per atto del Maligno né tantomeno per disprezzo del prossimo.
Giovanni non sa che farsene di Cordelia nella sua interezza poiché l’ha già posseduta mille volte, ed in maniere ben più sublimi di quella nella quale ella si offrirà.
Questo il “capo di imputazione” che rende Giovanni colpevole agli occhi e alle penne dei critici, che lo riterranno personaggio troppo abietto per rappresentare l’autore. Kierkegaard viene quindi assolto per una sorta di incapacità di intendere e volere che risulta, tuttavia, una deduzione troppo comoda, che non spiega affatto la complessità del rapporto che lo lega a Giovanni e agli altri “scritti estetici”. Nella prefazione al “Diario”, riferendosi proprio al seduttore, Kierkegaard dice: “Non appena la realtà aveva perduta ogni forma di incitamento, egli si trovava disarmato. Donde il suo male”.
Questa è  la colpa che non gli perdona; non la dissolutezza (apparente), né la sottile perversione, bensì la vitale dipendenza dallo stimolo.
Forse perché soffrì della stessa malattia e il perdono, che nega a Giovanni come negò a se stesso, è il mastice che li unisce indissolubilmente. Lo spiritualismo religioso, che Kierkegaard esaltò sempre come unico stadio di validità assoluta, si cela (neanche troppo velatamente) proprio nei suoi scritti estetici, nei quali si compie una vertiginosa scalata alle più alte vette dello spirito umano, con la speranza che siano tanto alte da sfiorare la Fede.
La stesso percorso che, probabilmente, fece Agostino e lo portò a diventare uno dei Padri della Chiesa.


Allorchè una fanciulla ha tutto donato, è franta, tutto ha perduto; perché se nell’uomo l’innocenza è un momento negativo, nella donna è l’essenza della vita”. (Cfr. Aut-Aut)

mercoledì 21 dicembre 2011

GUSTAVE FLAUBERT


"Muoio come un cane, e quella puttana di Emma Bovary vivrà per sempre" (Flaubert)

lunedì 19 dicembre 2011

FALENE


Inestricabilmente avvinte
si torcono godendo in egual modo
l'una al dell'altra invito.
Un nodo.
Trasfigurato in pura controluce.
Follia pei santi e i poveri d’ardore,
ritornano crisalidi a sembrare,
chè fiamma è calamita
al loro cuore.
E miglior morte non osavano sperare..

domenica 18 dicembre 2011

Le affinità elettive (Goethe)



Per molti “Il” vero capolavoro di Goethe, è indubbio che il romanzo, che si colloca cronologicamente tra il Werther, del periodo giovanile, e il Faust pubblicato postumo, sia l’opera dove il grande scrittore tedesco ha operato la più lucida e razionale trasposizione di se.
Quel “sé” che Goethe aveva ritrovato nei primissimi anni del ‘900 quando, ormai sessantenne, lontano dai fervori idealistici giovanili, lontano da Weimar e dai reggenti d’Europa, si riconsegnò totalmente alla sua scrittura apportandole quel contributo di esperienze e disillusioni che negli anni aveva accumulato, ed esorcizzando ciò che più di ogni altra cosa temeva per se: la sterilità creativa

-       Ma l’arte, a questo modo, non si allontana poco a poco dall’artista quando l’opera, come un figlio provvisto della sua parte, non torni più a rivolgersi al padre? – (Cfr. W.G)

In quello stesso periodo intensificò gli studi di fisica e chimica che, “…come la calce mostra una grande simpatia per tutti gli acidi e una decisa volontà di unirsi ad essi…” (Cfr. A.E), lo spinsero a rinnegare il suo passato classico e umanistico ed accesero nella sua mente l’interesse a dimostrarne la determinante influenza sull’insondabile comportamento umano.
Lanciato così in una sorta di “crociata personale” contro le credulità ed i fatalismi (intesi come libertà dell’uomo dagli agenti naturali), finì per scontrarsi anche con la religione.
“Le affinità elettive”, fu il risultato cui il tardo Goethe pervenne, e regalò a se stesso. Un romanzo che, se guardato in controluce, rivela un’equazione; pur impreziosita da quella ricca prosa e naturale tragicità del genio di Weimar.
Lo stesso Goethe, nel presentare l’opera compiuta sul “Quotidiano per le classi colte”, affermò: 
Sembra che l’autore sia stato indotto a usare questo titolo singolare dagli studi di fisica che va proseguendo; e così, trattando un caso morale, ha voluto ricondurre un’allegoria della chimica alla sua origine spirituale […]” (Cfr. HA).
Accade quindi nelle vite del “ricco barone nel fiore degli anni” Eduard ed in quella di sua moglie Charlotte, inserite in un fedele paesaggio post-rivoluzionario, quella commistione di elementi chimici ed emozionali, che ne disfarrà inevitabilmente l’unione.
Così, come ineluttabili sono i processi nella chimica e nella fisica, altrettanto vale per le vicende umane, al punto che saranno gli stessi protagonisti (volontariamente), a metterli in moto.
Eduard, sebbene conscio delle ripercussioni sul suo matrimonio, deciderà della presenza, in apparenza evitabile, nella magione  del suo amico capitano e, con la stessa convinzione, contribuirà alla scelta fatidica di Charlotte che richiamerà a se la sua pupilla, nonché nipote, Ottilie; con lo scopo, pianificato “a tavolino”, di bilanciare la predominanza maschile nella tenuta, ed avere per se, il medesimo “grado di distrazione” che l’avvento del capitano comportava per il marito.
La situazione, valutata in maniera tanto attenta e dettagliata, sfuggirà presto, comprensibilmente, di mano; e l’intrecciò diverrà un vortice antropofago ed inarrestabile.
La Rinuncia, sarà il tema portante della seconda metà dell’opera, la stessa che porterà Charlotte a rinnegare il sentimento germogliato per il capitano, nel frattempo promosso a Maggiore, e che Ottilie identificherà come la sola azione capace di affrancare la sua anima dall’immane peccato commesso.
Rinuncia, quindi, e tragedia: la morte del figlio di Charlotte (e di Eduard), della quale la giovane pupilla si sentirà talmente responsabile da dedicare gli ultimi, e tremendi, anni di vita all’espiazione e al rimorso, e segnerà l’esistenza di Eduard,  destinato ad un amore impossibile.
Considerando l’opera nel suo insieme, emerge nettamente un cambiamento di “condotta” da parte del narratore tedesco: mentre la prima parte è spesso “frequentata” dalla sua personalità e dai suoi giudizi morali (che prendono le sembianze dei personaggi secondari come l’importantissimo Mittler), chiara sarà, al termine della vicenda quando il dramma sarà totale, la superba capacità del maestro Goethe che, pur nutrendo sincero affetto per le sue creature, se ne distaccherà emotivamente per il bene assoluto dell’obiettività.
Una obiettività tale da sconfinare quasi nel cinismo.
Ma a questo, Wolfgang Goethe, ci aveva preparati.

sabato 17 dicembre 2011

POSEURS


Per indolenza immoti o per diletto
Lor corpi a figurar stili e misure
Ristanno gli agghindati opali in gesso

Seppure fatuo il fuoco riempie il petto
Cui plaude e solidale tra creature
Dio dona vita a specchio e il suo riflesso

Erik Alfred Leslie Satie


Sito della pianista Cristina Ariagno

Il compositore Eric Satie un dandy?
Senza dubbio, direi.
Parigino di fine Ottocento, visse i primi anni della sua carriera suonando il piano al Cabaret Chat noir (noto circolo di artisti a Monmartre).
La consacrazione nei primi anni del '900 quando partecipò ai più importanti avvenimenti artistici, collaborando con personaggi del calibro di Picasso e Cocteau e coltivò la sua  amicizia con Claude Debussy.
Proverbiale la sua mania per gli ombrelli e i completi di velluto.

La mia Follia


Se l’è portata il vento,
via.
La primula nel vaso già scolora.
E s’appassisce l’estro assieme al viola acceso.
Ti darò in cambio,
chili di sere e mattine.
Ma un altro salto.
Ancora.
Non mi lasciare
solo,
nel fango,
a sporcarmi d’uomo..

Il Dio delle formiche

Nicolae è molto strano.
“Che fai?”, dico.
“Punisco…”, fa.
Lo pensa anche Lev: “Quello è matto!”, dice.
Che ridere: “Qui siamo tutti matti!”, gli faccio.
Lo vedi accovacciato nel giardino, Nicolae, tutto preso.
“Le avevo avvertite”, aggiunge e guarda per terra dove ci sono le formiche grosse.
“La settimana scorsa”, fa senza guardarmi, “A dieci di loro ho schiacciato il pallino centrale”. Gli dico: “Che pallino?”, mi fa: “Uno, due e tre…”, contando i pallini neri che formano il corpo della formica. Poi dice:
“Il primo pallino è la testa…”, lo indica, “se lo schiacci muoiono quasi subito. Si picchiano un po’ in quel punto con le zampe come indemoniate e poi smettono.
Con l’ultimo gli prendono le convulsioni e cominciano ad agitare tutte le zampe. Guarda: Così…”, e muove a scatti i gomiti per aria.
“Bleah!”, faccio, e lui si mette a ridere. Poi dice:
“Se schiacci quello centrale gli altri due pallini iniziano a tremare. Penso sia una specie di stomaco, ma non credo sia vitale. Restano vive per quasi un minuto e fanno il ballo di San Vito”.
“Pensa che male!”, gli faccio.
Annuisce.
“Ora l’hanno fatta grossa”, fa. “Stanotte me ne sono trovata una nella scarpa”, si è fatto serio.
 “Per colpa di quella adesso le devo punire tutte quante…”.
“Posso restare?”, gli faccio.
“Se vuoi…”.
Ne prende una con la pinzetta delle sopracciglia. La tiene per la testa, credo; poi prende le forbicine piccole e comincia a tagliargli metà di ognuna delle sei zampette. Ora tutti quei fili mozzati iniziano a tremare così forte che per poco non si staccano anche loro.
“Così le immobilizzo ma senza farle morire”. Poi la posa a terra e quella rimane immobile a tremare. “Quante ne hai fatte finora?”.
 “Dodici”, mi fa. Le ha messe tutte in cerchio e al centro ha fatto un piccolo buchetto per terra. Penso che stanno soffrendo le pene dell’inferno. (sempre che esista l’inferno delle formiche). Le antenne vibrano come se fossero elettriche mentre le zampette si agitano invano. Se a un uomo facessero lo stesso, penso, urlerebbe fino a farsi scoppiare il cuore maledicendo Dio, se stesso e i suoi figli. Nicolae tira fuori qualcosa dalla tasca e la mette al centro nel buchetto. Poi comincia a strillare:
“Vedete cosa succede a disobbedire?”. E’ una sua foto, di quelle piccole che si fanno nelle macchinette per strada. Accanto c’è un’altra formica. Tre spilli la trafiggono in ogni pallino; forse è quella della scarpa.
“Ora morite pure davanti al vostro Dio!”, urla rivolgendosi alle formiche. Molte stanno morendo davvero, credo. Le antenne continuano a muoversi da una parte all’altra, ma più lentamente. Forse, nella loro lingua, si maledicono anche loro. Poi guardo Nicolae e vedo che è diventato tutto rosso; la saliva gli cola dalla bocca mentre le infilza tutte, una per una.
“Sarà d’esempio...”, dice.
Mi sa che è matto per davvero.

venerdì 16 dicembre 2011