giovedì 19 febbraio 2015

Contessa Lara (la poetessa che morì d'amore



Voce tra le più ispirate della seconda metà dell’ottocento letterario italiano, Contessa Lara, pseudonimo di Evelina Cattermole, ne incarna per intere le virtù e le debolezze.
La sua opera, seppur esile e la sua vita, che più d’ogni parola scritta , ne espresse il lucido intento, sono spesso incredibilmente trascurate e la “bimba dalla chioma bionda / strana e poeta”, come si autodefinì , resta sovente esclusa dalle citazioni.
Neoromantica fin dall’adolescenza trovò ispirante accompagnare dei fiori donati alla madre con la sua prima raccolta di versi, Canti e ghirlande (1867), idea che, da sola, sarebbe oggi nel novero delle più “alte” dell’intero cerchio del decadentismo.

“Mi sussurrò - domani. Ed io: - Domani / M’avrai ne le tue braccia a l’istessa ora; / Fra i tuoi capelli passerò le mani, / tu, sognando, dirai che m’ami ancòra. – “ (cfr. Aspettando).

Anni dopo ci furono i salotti, le corrispondenze e la mondanità che la portarono fino al matrimonio col tenente aristocratico Eugenio Mancini.
Ostacolata fin da subito, l’unione, così tormentata, fecondò la fertile autocommiserazione della Contessa che concepì a breve il romanzo “L’innamorata”(1892), carico e musicale come un poema “bizantino”.
Il travaglio proseguì, gli amanti si contavano a dozzine da ambo le parti e la signora Mancini, sempre più coscienziosamente, seppe scandalizzare come pochi altri, cavalcando come una Amazzone la sua nuova impopolarità fino al parossismo: il conclamato adulterio che consumò col miglior amico di lui, Giuseppe Bennati.
Così, come nelle favole tristi, ci scappò il duello;  e lei, “la donna sola”, “la reietta”, “l’esule”: che tutto guarda tacitamente tra stanze eleganti, tappeti fiorati, tende di mussola e raso, sarebbe stata  in ogni caso cara a se stessa, così come le erano care le vedove dei suoi romanzi.
Dopo la doppia morte, dell’amante ucciso e del marito accusato di omicidio, ci fu la separazione e la Contessa, che da allora vestì sempre a lutto (il nero si intonava a meraviglia coi suoi capelli biondi) tornò a Firenze.
Ci furono altri amori (col poeta Mario Rapisardi) ed altri scandali (la dura critica di Carducci), fino alla corrispondenza con Gabriele D’Annunzio che le dedicò una poesia molto licenziosa: “Sta Lady Phoebe Cynicythere / su ' l damascato letto ampio e profondo: / splende la nudità... “.

Del Vate , oltre allo pseudonimo tipicamente “Dannunziano”, condivise l’anima romantica e decadente dove l’ Io lirico è costantemente proteso verso l’Altro sempre cercato e perduto, e la morte è “…Consentanea alla mia natura” (cfr.  Le vergini delle rocce).

“E’ un tramonto d’inverno. Ecco la vita. / Ecco quale vorrei che a poco a poco / mi fuggisse dagli occhi, scolorita; / mentre in una quiete ampia e fiorita / gli ultimi sprazzi ancòr mandasse il fuoco. – “ (cfr. Impressione).

Collaborò in seguito ad alcune riviste di moda prima di trasferirsi a Roma dove ebbe successo come scrittrice di romanzi e si legò di grande passione al pittore Giuseppe Pierantoni.
Fedele a se stessa, o meglio alla migliore immagine che aveva di sé, fu capace di chiedere all’amante di concedergli qualche scappatella al solo fine di rinvigorire il loro amore, riuscendo ad esasperare l’uomo, che pure non disdegnava la compagnia delle ballerine dei «cafè chantant», che pagava lautamente coi soldi della Contessa.
Il 30 Novembre del 1896 avvenne l’epilogo. Il Pierantoni intercettò una lettera che dimostrava l’ennesimo tradimento di Evelina e, vinto dalla rabbia e dalla gelosia, le sparò in petto il colpo mortale.
La coincidenza tra la vita e l’opera, dove più volte la Contessa aveva sceneggiato quell’avvenimento con le sue eroine, è agghiacciante solo in apparenza, laddove ella stessa  aveva presagito nei versi la Sua fine.

“Da la lurida tenda ov’era ascosa / I segni a strologar de’ suoi tarocchi, / sbucò una vecchia che metteva orrore. // Su la patrizia man color di rosa, / Tiepida ancor de’l guanto, abbassò gli occhi, / Poi lenta disse: Tu morrai d’amore” (cfr Nuovi versi)

Se ne andò così, “per delicatezza…” come il miglior Rimbaud, la Poetessa - Dama che scelse di andare incontro alla morte come ultimo gesto di coerenza, e portò via con sé l’800.
 “solo chi ama fa così…”.

 








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